Cronaca

Camorra, a Dubai la cassaforte del racket: minacce ai testimoni, preso fratello del boss


«Gennaro sta in prigione per colpa vostra. Ora dovete ritrattare». Brutto refrain a Secondigliano, dove negli ultimi giorni è stata conclusa una inchiesta per racket e usura. Due conviventi in cella con l’accusa di essere la cassaforte del clan Mallardo, dopo un’indagine che ha messo con le spalle al muro alcuni commercianti e imprenditori: erano stati intercettati mentre subivano estorsioni e richieste di denaro a strozzo e – una volta dinanzi ai pm – non hanno potuto far altro che ammettere di aver subìto l’onda lunga del racket camorristico.

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Una inchiesta lampo, che si era chiusa con due arresti, quelli di Gennaro Trambarulo e della convivente Carmela Pellegrini, ma che ha lasciato strascichi velenosi sul territorio. Negli ultimi venti giorni, c’è chi si è messo all’opera: «Gennaro sta in prigione per colpa vostra, qua ci sono i vostri nomi, sono qui nell’ordinanza cautelare. Ora dovete ritrattare». Paura e omertà captata in tempo reale, una ricostruzione che spinge il gip Marcopido a firmare un nuovo ordine di arresto, questa volta a carico di Ciro Trambarulo, fratello di Gennaro. Scrive il gip nei suoi confronti, a proposito della necessità di firmare un provvedimento di arresto: si è reso protagonista del tentativo di condizionare le dichiarazioni delle parti offese, nel corso del procedimento a carico del fratello Gennaro. In passato ritenuto vicino al clan Licciardi, ora Ciro Trambarulo risponde di racket e usura assieme al fratello Gennaro, ma è logico pensare che sia sotto inchiesta per subornazione di testimoni, ma anche di induzione a rendere dichiarazioni mendaci.

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Inchiesta condotta dai pm Simona Rossi, Maria Sepe, Ida Teresi e dall’aggiunto Giuseppe Borrelli, si scava nei rapporti tra famiglie ritenute in odore di camorra, all’ombra del cartello dell’Alleanza di Secondigliano. È il target principale della Dda di Napoli, che punta a dimostrare, a distanza di quasi 25 anni dalle prime indagini contro la cupola dell’Alleanza di Secondigliano, l’esistenza di un patto tra clan Licciardi, Mallardo, Contini e altre cosche per il controllo dell’area metropolitana. Ma torniamo al filone principale. Difesi dai penalisti Raffaele Chiummariello e Francesco Foreste, Trambarulo e Pellegrini si difendono, negano di aver preso parte a un gruppo specializzato nel racket e nei prestiti a strozzo. Nei loro confronti, pesano al momento le dichiarazioni rese da alcuni soggetti indicati come parti offese. 
 

Agli atti parole dettate dallo sconforto. Dice un commerciante: «Mi hanno detto che dovevo vendermi i figli, pur di restituire i soldi che mi hanno prestato…». Poi c’è chi tace di fronte agli inquirenti, nega anche l’evidenza (come le intercettazioni che captano la richiesta di denaro), ma si limita a uno sfogo: «Vivo nel terrore, sono sotto usura, ma non renderò mai accuse contro di loro». Tocca al pentito Giuliano Pirozzi dire la sua sul racket-usura all’ombra dell’Alleanza di Secondigliano: «Questi sono come l’Aids, una volta che l’hai presa, non guarisci più… se fai un debito con uno di loro, non ne esci più».
 
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Ma non è l’unico filone battuto in queste ore dalla Procura di Napoli. Indagini serrate sui rapporti tra Gennaro Trambarulo e Dubai, la capitale degli Emirati ora più che mai a prova di rogatoria. Negli ultimi mesi, i due conviventi hanno raggiunto Dubai via Nizza (con due viaggi separati), c’è il sospetto che in Medio Oriente ci sia la cassaforte del clan, una parte delle riserve costruite a colpi di racket e prestiti a strozzo. Non sarebbe una novità per la Dda di Napoli, dal momento che sempre a Dubai vive la sua latitanza dorata Raffaele Imperiale, broker del narcotraffico, quello – per intenderci – capace di custodire due Van Gogh rubati venti anni fa dal museo nazionale di Amsterdam. Soldi e potere – scrivono gli inquirenti – grazie alla politica del terrore imposta da quelli di Secondigliano. 
 

[Fonte il Mattino di Napoli]


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