Cronaca

Come usare i social se ti chiami Mario Draghi

Occorre avere la memoria di un pesce rosso, oppure essere davvero troppo ottimisti, per salutare come una novità salvifica il fatto che diversi ministri del governo Draghi, e lo stesso premier, non hanno profili sui social network. Non è da questo che si giudica un buon governo.

Quando nel novembre 2011 giurarono i ministri del governo di Mario Monti, quelli con un profilo social erano zero. Nessuno. Subito dopo il giuramento i ministri Clini, Terzi e Barca si iscrissero a Twitter: nel novembre 2011 registrammo anche il primo e ultimo tweet di Piero Giarda che aveva la delega per i rapporti con il Parlamento; a dicembre si aggiunsero Passera, Profumo (che però non lo ha mai usato) ed Elsa Fornero, che per debuttare aspetterà altri tre mesi quando si rivolgerà “agli amici di Twitter” promettendo che presto avrebbe twittato, e invece si fermò lì; Mario Monti per il suo primo tweet attenderà un anno intero, poco prima di Di Paola e Balduzzi, la cui iscrizione risale ai primi mesi del 2013; e anche tenendo conto di tutti costoro, quando il governo cadde, ad aprile 2013, ancora otto ministri avevano resistito alla tentazione di avere una vita social (quelli del governo Draghi senza social sono sette, per dire della novità). Tutto ciò ha forse fatto del governo Monti un buon governo? E andando indietro, visto che Silvio Berlusconi ha debuttato su Twitter nell’ottobre del 2017, qualcuno se la sente di dire che è stato un grande premier visto che non usava i social? 

Il fatto è che vogliamo così credere che è iniziata una fase nuova e che “andrà tutto bene” (cit.) che persino il primo comunicato stampa del consiglio dei ministri sabato è stato accolto come un segno di sobrietà (ma era identico a tutti i comunicati di tutti i consigli dei ministri). Intendiamoci: dopo la comunicazione da reality degli ultimi mille giorni, un po’ di sobrietà è indicata, come un po’ di digiuno dopo una scorpacciata di carboidrati. Ma non è spegnendo la comunicazione che si governa una democrazia bensì contribuendo a creare una opinione pubblica informata. Quello che serve, quello che è mancato finora, sono i fatti. I dati di fatto. Prendete le dichiarazioni del professor Walter Ricciardi che ieri hanno fatto infuriare molti: il punto non è affermare che serve un nuovo lockdown, il punto è spiegarlo, portare i dati che lo giustificano, gli studi e le proiezioni matematiche che dimostrano che è la strada migliore; è mettere quei dati a disposizione di tutti perché possano essere verificati o smentiti se è il caso. Senza dati anche le opinioni più autorevoli sono solo opinioni, come tutte le altre, che vanno ad alimentare il rumore sempre meno sopportabile che arriva dai social.

L’obiettivo di un governo, a mio avviso non è né restare fuori dai social né inseguire i like come se i ministri fossero influencer, ma far crescere il livello del dibattito, abituarci a discutere di fatti e dati. Fare degli open data una linea politica. Altrimenti stare fuori dai social diventa soltanto una operazione snob e vagamente autoritaria che conferma il nostro ritardo in tema di cultura digitale. 

 


fonte : repubblica.it