Cronaca

Coronavirus, il dramma dell’autista del bus dei cinesi: «Chiuso in quarantena, piangevo e avevo paura»


«Nessuno aveva capito cosa stesse accadendo. I primi cinque giorni in quarantena allo Spallanzani, isolato dal mondo, sono stati terribili. Ancora adesso misuro la febbre per paura». In anonimato, chiedendo di non rivelare la sua identità, Luca (nome di fantasia) racconta la sua odissea iniziata il 31 gennaio scorso a Cassino e terminata solo due giorni fa, quando ha potuto riabbracciare la moglie e le due figlie, facendo ritorno nella sua abitazione di Castellammare di Stabia. Era lui l’autista della comitiva di turisti cinesi nella quale erano presenti i primi due casi di persone infette da Coronavirus Covid-19 accertati in Italia. Luca è dipendente di un’importante agenzia turistica napoletana, specializzata nell’organizzazione di tour italiani per clientela asiatica, in particolare proveniente dalla Cina. I turisti atterrano a Milano, Luca li fa salire in autobus e li accompagna nelle varie tappe, a seconda del pacchetto acquistato: Venezia, Verona, Firenze, Roma, Napoli, Sorrento, Positano. Solitamente il tour dura una settimana, con pernottamenti anche in un hotel di lusso a Parma.
 

Cosa è accaduto stavolta?
«Il 25 gennaio ho prelevato i turisti all’aeroporto: si trattava di una comitiva di Benji, vicino a Pechino, a cui si era aggregata una coppia di Wuhan. C’erano anche alcuni bambini. Il secondo giorno siamo andati a Venezia, dove sono stati fino alle 17. Alle 21 siamo arrivati a Parma, dove abbiamo pernottato. Durante lo spostamento uno dei turisti ha cominciato a tossire e ho chiesto che indossasse la mascherina».

Era uno dei turisti infetti?
«Praticamente sì, ma l’abbiamo saputo solo qualche giorno dopo. La mattina successiva, infatti, dovevamo andare a Firenze, ma quel turista (un biologo di Wuhan) e la moglie hanno deciso di raggiungere il nostro stesso hotel separatamente, perché lui stava poco bene. Da quel momento non li abbiamo più visti».

Cosa è successo nei giorni successivi?
«Dopo la visita a Firenze, il nostro viaggio è proseguito verso Roma e poi a Napoli, dove gli altri hanno dormito due notti. Non sospettando nulla, io sono tornato a dormire a casa mia, a Castellammare, con mia moglie e le mie figlie. Nel frattempo i turisti hanno visitato Positano e dormito una notte a Sorrento. Il 31 sono andato a riprendere la comitiva, avremmo dormito una notte a Cassino prima di tornare a Milano per la ripartenza prevista il 1° febbraio, ma durante il viaggio è iniziato l’incubo».

Ci spieghi.
«Innanzitutto l’hotel prenotato ha rifiutato di accoglierci, perché la struttura era stata allertata dall’Asl del nostro arrivo. Ho portato l’autobus all’esterno dell’ospedale di Cassino e lì siamo stati circondati dalle forze dell’ordine che, parlandoci di un controllo medico, ci hanno scortati allo Spallanzani di Roma. Solo una volta arrivati in ospedale, mi hanno comunicato che i controlli riguardavano anche me».

Quindi siete stati ricoverati?
«Sì. Siamo stati subito trasferiti in questo reparto nuovo, in stanzette anguste, senza finestre, senza tv, senza internet. Praticamente isolati dal mondo e controllati dall’esterno».

Come ha vissuto quei momenti?
«È stato terribile. Avevo paura e in quella stanzetta stavo impazzendo, anche se il personale è stato gentilissimo. Dopo qualche giorno ho chiesto ad una dottoressa di poter avere almeno tv e wifi, e sono stato accontentato».

Per quanti giorni è rimasto in quella stanza?
«Fino a mercoledì. Per i primi cinque giorni ho potuto comunicare solo telefonicamente con mia moglie, alla quale è stato raccomandato di non dire niente a nessuno, per non creare ulteriore allarmismo in zona. Anche l’Asl a Castellammare era stata avvisata ed era pronta a trasferire i miei familiari al Cotugno di Napoli in caso di problemi. Per questo mi sono sentito in colpa per giorni, temevo di essere infetto e di aver contagiato anche loro».

Invece, per fortuna non era così.
«No, anzi. Mi hanno misurato la febbre tre volte al giorno, fatto due volte le analisi del sangue, diversi tamponi. Sono sano, sto bene, come tutti gli altri turisti che erano con me e che sono stati anche a Napoli e Sorrento».

Ha potuto incontrare qualcuno?
«Dopo oltre una settimana, quando ormai era evidente che stessi bene, mi hanno fatto incontrare una delle mie figlie. A distanza, entrambi con le mascherine, ma almeno ho potuto vedere un volto familiare».

E gli altri giorni?
«Ho pianto, come mai avevo pianto prima. Le videochiamate con mia moglie e le mie figlie sono state l’unica consolazione. Quando sono tornato a casa mi sono sentito rinato».

Adesso come si sente?
«Sto benissimo, ma devo riprendermi da questo choc: la mattina ancora misuro la febbre per sicurezza».

Cosa vorrebbe fare adesso?
«Mi piacerebbe poter abbracciare e ringraziare quei due turisti di Wuhan. Sono sicuro che avessero capito di essere infetti e hanno deciso di isolarsi per non contagiare nessuno». 

Ultimo aggiornamento: 11:06 [Fonte il Mattino di Napoli]


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