Cronaca

Coronavirus, una nuova variante scoperta a Milano

Una nuova variante del virus Sars-cov-2 è stata scoperta dai virologi della Statale di Milano. La mutazione non coinvolge la proteina Spike del virus e quindi non sembra modificare la sua capacità di infettare ma è comunque di grande interesse, perché potrebbe influire sulla risposta immunitaria contro il virus da parte dell’organismo umano.

La mutazione, il cui sequenziamento è stato pubblicato sulla rivista Emerging Microbes & Infections e la cui scoperta è avvenuta in seguito all’analisi dei campioni virali raccolti da due medici ammalatisi di Covid-19 lo scorso marzo a Milano, riguarda una proteina chiamata ORF-6. “La nuova mutazione è presente nel gene virale che codifica per la proteina accessoria ORF-6 e porta alla produzione di ORF-6 troncata, mancante di 6 aminoacidi”, spiega il virologo Pasquale Ferrante dell’Università degli Studi di Milano e direttore della struttura Istituto Clinico Città Studi, coordinatore del lavoro insieme a  Serena Delbue e a Elena Pariani, responsabile del centro di riferimento regionale di sorveglianza dei virus influenzali.

Con le sue 30mila basi, il genoma di Sars-Cov-2 è enorme rispetto agli altri virus: l’Hiv è di 9mila basi e quello dell’epatite C di 10mila. Al momento, la ricerca si concentra sull’area del genoma che contiene le sequenze per la produzione delle proteine di superficie, come la glicoproteina Spike, “perché siamo interessati alla genesi degli anticorpi protettivi e alla loro capacità di azione anche di fronte alle mutazioni virali – spiega il professore – ma c’è un’altra regione del genoma virale che contiene i geni dalle funzioni accessorie e lì si trova la nuova mutazione che abbiamo scoperto”.

Durante la replicazione del virus, la proteina ORF-6 interferisce con la produzione degli interferoni. L’inibizione degli interferoni riduce l’infiammazione. “Quindi, la modificazione scoperta può essere un fattore in grado di alterare i meccanismi patogenetici di Covid-19 e avere conseguenze sulla diffusione del virus nell’organismo umano infettato e sull’evoluzione clinica della malattia”, continua il virologo che spiega l’ipotesi di lavoro: “Nei pipistrelli, che a differenza dell’uomo convivono da sempre con i coronavirus, essa consente un’attenuazione della risposta immunitaria, evitando in questi animali l’eccesso di infiammazione e la tempesta citochinica. Capire se qualcosa di analogo può accadere nell’essere umano è uno dei nostri obiettivi”.

In letteratura ci sono alcuni risultati riguardanti la proteina ORF-8, similmente collegata agli interferoni. I prossimi passi riguardano lo studio degli effetti della mutazione di ORF-6 per una maggior comprensione della patogenesi della malattia: “Verificheremo se il nostro isolato speciale, pubblicato sulla banca dati mondiale GeneBank e finora unico nel mondo, conferisce o meno un potenziamento dell’immunità innata – spiega il virologo – ciò sarà fatto in vitro, ma è ipotizzabile anche andare a verificare nei pazienti che hanno avuto Covid-19 l’eventuale presenza della mutazione per associarla a una determinata evoluzione clinica”.

La comparsa di mutazioni durante la replicazione virale è un fenomeno inevitabile e sono moltissime quelle finora osservate, ma soltanto alcune di esse sono rilevanti perché capaci di conferire al virus una maggior infettività o la capacità di evadere la risposta immunitaria dell’ospite, come è il caso di alcune delle mutazione emergenti che preoccupano il mondo e anche l’Italia. Al lavoro per il loro monitoraggio è il laboratorio di microbiologia della Statale a Milano, laboratorio di massima sicurezza: ”Qui – dice Ferrante – abbiamo sequenziato, amplificato e coltivato diversi ceppi virali e stiamo lavorando al sequenziamento genomico dei casi di interesse”.


fonte : repubblica.it