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COVID/ “Autocertificazione per gli spostamenti: dichiarare il falso non sempre è reato e le multe sono illegittime”

(Foto ANSA/Marco Costantino)

Ricevo e pubblico*

La nostra Costituzione, all’articolo 16, tutela il diritto di locomozione e di soggiorno: la dichiarazione dello stato di emergenza deliberato dal Governo con durata sei mesi a partire dal 31 gennaio 2020 è dunque illegittima per violazione degli articoli 95 e 78 della Costituzione che prevede una sola “fattispecie attributiva al Governo di poteri normativi peculiari ed è quella prevista e regolata dall’articolo 78 e dall’articolo 87 relativa alla dichiarazione dello stato di guerra”.

Senza entrare in particolari tecnicismi, la deliberazione dello stato di emergenza richiama la normativa del Decreto Legislativo 1/2018 (in particolare l’articolo 7) che indica quali sono gli eventi emergenziali di protezione civile che giustificano la dichiarazione dello stato di emergenza: sono le emergenze di rilievo nazionale connessi con eventi calamitosi naturali (terremoti, valanghe, alluvioni, incendi ecc.) o derivanti dall’attività dell’uomo (sversamenti, attività inquinanti ecc.), ma non è previsto il rischio sanitario.

Gli Stati europei necessitavano -per lo stato di emergenza- dell’autorizzazione europea, facendo ricorso all’articolo 15 della CEDU (Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e della libertà fondamentali: l’unica nazione che non l’ha fatto è stata l’Italia, pertanto sono di dubbia legittimità le sanzioni irrogate.

Il diritto internazionale prevede nel Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, la possibilità di invocare lo stato di emergenza e di limitare  alcuni diritti in esso riconosciuti.

Tale deroga però dev’essere, temporanea, proporzionata, giustificata e comunicata immediatamente alle Nazioni Unite assieme a tutte le informazioni relative alle misure prese, ed ai tempi previsti per la loro reversibilità.

Un obbligo al quale anche il nostro paese è tenuto, a maggior ragione ora che l’Italia è membro temporaneo del Consiglio ONU per i Diritti Umani.

Quindi, oltre all’autorizzazione europea, il governo avrebbe dovuto comunicare le sue decisioni anche all’ONU.

Conseguenza immediata di quanto sopra è che, essendo illegittima (per i motivi appena esposti) la deliberazione dello stato di emergenza del 31 gennaio 2020, sono illegittimi anche i successivi DPCM (peraltro atti meramente amministrativi, non aventi valore di legge) che richiamano detta deliberazione.

Per altro verso, il Giudice di Pace, al proposito dei DPCM, fa proprio quanto già sostenuto da autorevole dottrina costituzionale (Sabino Cassese fra tutti) secondo cui “la previsione di norme generali e astratte, peraltro limitative di fondamentali diritti costituzionali, mediante DPCM sia contraria alla Costituzione”.

La funzione legislativa delegata al Governo è disciplinata dall’articolo 76 della Costituzione “con determinazione di principi e criteri direttivi” che impediscono al “solo Presidente del Consiglio di emanare legittimante norme equiparate a quelle aventi forza di legge”.

Ma vi è di più: il Giudice di Pace di Frosinone, richiamando l’articolo 13 della Costituzione, stabilisce la illegittimità del DPCM del 9 marzo 2020, che ha esteso a tutto il territorio nazionale “il divieto generale e assoluto di spostamento al di fuori della propria abitazione”, “configurando un vero e proprio obbligo di permanenza domiciliare”.

Nessuna legge sarebbe costituzionale se finalizzata alla permanenza domiciliare obbligata: questa figura restrittiva della libertà personale (gli arresti domiciliari)  è già nota nel diritto penale e può essere adottata solo su motivato atto dell’autorità giudiziaria.

Nessuna  legge potrebbe prevedere nel nostro ordinamento l’obbligo della permanenza domiciliare direttamente imposto  a tutti i cittadini, figuriamoci un DPCM che è un atto amministrativo non avente forza di legge.

Queste le valutazioni giuridiche del Giudice di Pace di Frosinone che squarciano il fronte di pretesa legalità dei provvedimenti emanati fin qui dal Governo Conte sulla base della legittima paura ingeneratasi nella popolazione a causa delle preoccupanti notizie che, a far data dalla fine di febbraio 2020, si sono fatte drammaticamente strada in Italia.

Però visto che il Governo continua anche adesso ad emanare decreti e DPCM (vedi quello di proroga dello stato di emergenza sino al 15 ottobre 2020), dettati dal timore di una eventuale ripresa dei contagi che è tutt’altro che un’emergenza sanitaria, non si può più far finta di nulla e continuare a sopportare una situazione illegittima costituzionalmente.

Mai in Italia dal dopoguerra si sono mai viste simili situazioni repressive e atti di autoritarismo del genere.

Sarebbe opportuno ed auspicabile un intervento diretto della Corte Costituzionale sul punto; ma ci rendiamo conto anche dei possibili effetti deflagranti di una dichiarazione di incostituzionalità della Consulta sul sistema politico attuale che verrebbe messo in clamorosa discussione.

Oltre a queste considerazioni sulla legittimità delle limitazioni e sulla legittimità delle sanzioni, un’analisi merita anche la minacciata denuncia per falso ideologico, qualora il cittadino dichiari il falso nell’autodichiarazione Covid-19 per gli spostamenti.

Il falso ideologico è la menzogna contenuta in un documento.

Il falso ideologico si distingue nettamente dal falso materiale, che si risolve nella contraffazione o nell’alterazione documentale, cioè nella creazione di un documento da parte di colui che non ne è l’autore o nella modifica del documento originale redatto da chi appare autore.

Le falsità ideologiche, per essere perseguibili, oltre alla rilevanza giuridica, richiedono anche che l’autore del falso sia venuto meno all’obbligo giuridico di attestare o fare risultare il vero.

Il codice penale punisce il falso ideologico del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio realizzato in un atto pubblico, ma sanziona anche il privato che realizza la falsità in atto pubblico.

Se il falso ideologico si risolve nella rappresentazione o narrazione di un fatto (avvenuto) non veritiero, è prospettabile esclusivamente per gli atti a contenuto descrittivo o narrativo, non rispetto agli atti che contengano deliberazioni o statuizioni oppure l’espressione di un giudizio o di un parere.

Non integra il delitto di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico la condotta di colui che, fermato dalla Polizia alla guida della propria auto, dichiari falsamente di essere in possesso di patente di guida e di averla dimenticata a casa, non sussistendo, in tal caso, l’obbligo del privato di dire la verità, posto che il verbale della polizia, contenente le dichiarazioni del privato, non è destinato ad attestare la verità dei fatti dichiarati e il reato in questione è ravvisabile quando l’atto pubblico, nel quale sia trasfusa la dichiarazione del privato, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati.

L’elemento psicologico del reato in questione è costituito dal dolo generico, cioè dalla coscienza e dalla volontà di attestare falsamente qualcosa in un atto pubblico (ex articolo 2699 del Codice Civile).

L’autodichiarazione Covid-19 non diventa falso ideologico, se relativa alla semplice intenzione di recarsi in un determinato luogo.

Il  G.I.P. del tribunale di Milano ha assolto, un camionista lombardo sorpreso dalla polizia al volante e che aveva fornito una versione che poi, alla prova delle successive verifiche, si era rivelata del tutto infondata, avendo sostenuto di volersi recare in una località incompatibile con la direzione del veicolo fermato.

Il P.M.  ne aveva allora chiesto la condanna, contestando la violazione dell’articolo 483 del Codice penale sul falso ideologico, norma che sanziona con la pena fino a 2 anni chi attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità.

Il  G.I.P. di Milano ha stabilito  che sono estranei all’ambito di applicazione dell’articolo 483 «le dichiarazioni che non riguardino fatti, di cui può essere attestata la verità hic et nunc (qui ed ora), ma che si rivelino mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi».

La norma ha poi l’obiettivo di incriminare la falsa dichiarazione a un pubblico ufficiale «in relazione alla sua attitudine probatoria, attitudine che evidentemente non può essere riferita a un evento non ancora accaduto.

Quindi se vi fermano non dite “sono andato a..”, “ma sto andando a…”: una diversa espressione vi salva dal reato.

La stessa disciplina in materia di autocertificazioni dimostra che i fatti sono considerati come oggetto di possibile dichiarazione probante del privato, insieme ad altre caratteristiche del soggetto già presenti al momento della dichiarazione.

«Ne discende che, mentre l’affermazione del modulo di autocertificazione da parte del privato di una situazione passata (si pensi alla dichiarazione di essersi recato in ospedale ovvero al supermercato) potrà integrare gli estremi del delitto de qua, la semplice attestazione della propria intenzione di recarsi in un determinato luogo o di svolgere una certa attività non può essere ricompresa nell’ambito applicativo della norma incriminatrice, non rientrando nel novero ‘dei fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità’».

Irrilevante poi anche il fatto che la dichiarazione fosse stata incorporata in un verbale di polizia giudiziaria.

*Dr. Giuseppe Marino (dottore commercialista, difensore tributario  e giornalista pubblicista tributario)

 


fonte pozzuoli21.it