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Muti torna al San Carlo e tuona: «I nostri governanti di basso livello, leggono a pappagallo lezioncine di altri»


«L’Italia? Vedo anche tra i governanti un livello culturale basso, leggono le lezioncine preparate dagli esperti e imparate a pappagallo… Si deve lavorare di più per i giovani, assicurare loro un futuro, non lasciare che vadano in cerca di fortuna all’estero». Riccardo Muti arriva oggi a Napoli. «E già la sento nell’aria», racconta al telefono da Parigi dove ieri sera ha fatto tappa il tour con la sua prestigiosa orchestra americana, la Chicago Symphony. Domani (ore 19) l’attesissimo concerto al San Carlo, in locandina Prokofev, Suite da Romeo e Giulietta e Dvorák, Nona Sinfonia Dal nuovo mondo. Prima tappa italiana di un viaggio nella memoria che porterà il grande direttore napoletano e i suoi musicisti lunedì a Firenze e poi a Milano.
 

Maggio Musicale e Scala, due teatri da lui diretti, due teatri che rappresentano pietre miliari della sua lunga carriera. Come Napoli, il San Carlo. Un teatro frequentato da ragazzo anche come esordiente critico musicale, un luogo sempre presente nelle sue tournée con grandi orchestre straniere. Ora con i Chicago, in passato con i Wiener e i Berliner Philharmoniker. Ma anche un teatro che lo vede negli ultimi tempi protagonista alla guida delle compagini musicali di casa.
 
L’anno scorso il Così fan tutte, nel prossimo novembre tre concerti, nel 2021 il Don Giovanni, sempre Mozart, sempre con la regia della figlia Chiara che porta in scena il bagaglio dell’esperienza al Piccolo con Strehler. «Ci torno dice il maestro – non solo perché amo stare a Napoli, ma perché ho trovato un’orchestra in ottima forma che mi ha molto soddisfatto, sopratutto per la eccellente disciplina artistica. La sovrintendente Rosanna Purchia ha fatto un lavoro straordinario».

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Sì maestro Muti. Ma da aprile il San Carlo ha un nuovo sovrintendente, Stéphane Lissner. Cosa ne pensa?
«Gli faccio i miei auguri. Io avrei paura a guidare un teatro di questa fama, penso sia un peso difficile da portare… Una grande responsabilità. Certo, non si deve guardare solo indietro ma anche avanti, alla modernità. Ma in questo teatro affondano le radici dell’opera. Ci sono stati direttori con il nome di Rossini, Donizetti, ci lavoravano Mercadante ma anche Verdi, per non dire delle attività nel Novecento… Qui si è fatta la storia della musica italiana».

E in Italia, dopo gli ultimi cambi ai vertici, quattro grandi teatri hanno direttori stranieri, oltre Napoli, Firenze (Pereira), Milano (Meyer) e Torino (Schwarz).
«Tutti personaggi ragguardevoli. Però, forse, in futuro sarà il caso di pensare a italiani che conoscono bene la nostra storia e le nostre tradizioni».

Lei, comunque, continua a lavorare molto all’estero.
«La mia non vuole essere una contraddizione. Però per guidare teatri come i nostri bisogna davvero amare e conoscere bene la loro storia. Certo, gran parte della mia carriera si è svolta fuori, penso a Londra, Philadelphia e da dieci anni a Chicago. Una città straordinaria dove incontro tantissimi italiani. Giovani. Giovanissimi ricercatori nelle Università, nei musei, nelle istituzioni scientifiche, nei luoghi di cultura. Partono dall’Italia perché in patria non trovano sostegno valido, non vedono lì opportunità per il futuro».

Lei da anni denuncia il decadimento culturale italiano, non c’è una ricetta per invertire la tendenza?
«Purtroppo sono sempre più deluso. Io sono nato nel 1941, sono cresciuto in un Paese che sprizzava energia, la lira era una moneta forte, ci guardavano con ammirazione. Ora vedo sempre tutto calare verso il basso. Negli Stati Uniti, in Giappone, dove soggiorno a lungo, non si parla mai dell’Italia. Da noi la tv è invasa da cuochi e gente che applaude a qualsiasi sciocchezza, in pochi anni hanno chiuso più di duemila librerie, le istituzioni culturali faticano, il patrimonio archeologico e paesaggistico è continuamente minacciato, piove e ci allaghiamo, i ponti crollano… Siamo sempre di più un Paese di vecchi. Eppure nessuno ha le nostre potenzialità, con i nostri giovani musicisti potremmo dar vita alla migliore orchestra del mondo e invece…».

Invece?
«Dobbiamo assistere ad un esodo in massa. Anche i ragazzi della mia orchestra giovanile, la Cherubini, che è una orchestra di formazione in cui non si resta più di tre anni, sono costretti a cercare lavoro fuori perché da noi orchestre non ce ne sono. Al Sud, poi, sono un miraggio».

Parliamo di Napoli?
«Che dire di più… Mozart scriveva che Una esibizione a Napoli vale più di cento in Germania. Napoli era una grande capitale e deve tornare ad essere tale perché ha tutte le carte in regola. Basta mettere un po’ da parte Gomorra e puntare sui tesori, lustrarli, farli vivere. Serve che le forze politiche della Campania si mettano a lavorare insieme, facciano rete per dar forza ad un patrimonio e a una storia che non hanno eguali, da Filangieri ai musicisti del Settecento, a Paisiello, Cimarosa, Jommelli, Leo. Quanti napoletani li conoscono davvero? Quanti frequentano i musei, l’Archeologico, Capodimonte?».

Maestro, nel suo soggiorno in città avrà tempo per visitare la bella mostra di Bellenger sul Settecento?
«Non credo di poter disporre di molto tempo libero oltre il concerto. Ma domani mattina tornerò a Nisida nel centro di detenzione, non chiamiamolo carcere. Non potevo mancare. Ci andai nel novembre di due anni fa e fu una esperienza straordinaria vedere con quanta passione e determinazione le persone che lo guidano aiutano queste ragazze e questi ragazzi cercando di sollecitare i loro interessi attraverso tante attività: la cucina, la ceramica, il teatro, quel teatro cui Eduardo era molto legato».

E cosa farà con i ragazzi?
«Porto con me tre solisti dell’Orchestra di Chicago, tre eccellenze mondiali nel loro campo che suoneranno per i giovani ospiti: flauto, tromba, tuba. Voglio anche mostrare agli americani cosa è Napoli, il piccolo paradiso di Nisida, un luogo magico dove Donizetti ambientò un’opera praticamente sconosciuta, L’Ange de Nisida, un luogo in cui sembra sorgesse la villa romana dove Bruto organizzò la congiura contro Cesare. Ora qui i nostri giovani, in un primo tempo portati sulla cattiva strada da una società sbagliata, vengono supportati per poter dare, una volta fuori, il loro contributo con la loro intelligenza e la loro sensibilità. Perché cambiare si può e si deve».

Ultimo aggiornamento: 11:16 [Fonte il Mattino di Napoli]


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